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Estratto gratuito · Testo originale · LIBRO I

Il campo dei fiori

Capitolo I · Ingrid Valmor — LA PROMESSA TRADITA

Tempo di lettura: 17 min · 3643 parole

Capitolo I · Il campo dei fiori

Elias Sahl · Capitolo I

Il primo incantesimo che ricordo non aveva niente di oscuro.

Non c’erano sangue, né cerchi neri, né morti che obbedivano alla mia volontà. C’erano solo terra secca, luce del mattino e una bambina convinta che sua madre meritasse qualcosa di bello.

Avevo sei anni.

È un’età pericolosa, sei anni.

Sufficientemente grande da credere di capire il dolore degli adulti. Abbastanza piccola da pensare che basti un gesto gentile per guarirlo.

Mia madre si chiamava Mara Valmor.

Non so se il mondo l’abbia mai conosciuta davvero. Il mondo tende a ricordare i nomi di chi brucia città, stermina persone, fonda scuole, vince guerre, firma editti o muore in modo così spettacolare da diventare utile ai cantastorie. Le donne come mia madre, invece, passano attraverso la vita piegando la schiena, contando monete, curando mani screpolate e sorridendo quando non hanno nulla per cui sorridere.

Eppure, prima di ogni mia colpa, prima di ogni mio errore, prima di ogni scelta che mi avrebbe portata lontano da quella casa, fu lei il centro del mio mondo.

Mara aveva mani sottili e forti. Non mani delicate. Delicate erano quelle dei nobili, almeno così immaginavo allora: mani bianche, inutili, profumate, fatte per indicare e ricevere. Quelle di mia madre sapevano cucire, impastare, lavare, distinguere al tatto una stoffa buona da una truffa, e far durare una moneta più di quanto qualunque mercante avrebbe ritenuto possibile.

Aveva capelli castano chiari sempre raccolti, perché i capelli sciolti intralciano il lavoro. Aveva occhi chiari, di un verde più spento del mio, come erba dopo molti giorni senza pioggia. Da bambina credevo che fossero così perché mia madre era sempre stanca.

Solo più tardi capii che non era stanchezza.

Era il modo in cui si consumano gli occhi di chi ha smesso da tempo di chiedere qualcosa per sé.

Mio padre, invece, sembrava fatto della stessa materia della terra che lavorava.

Si chiamava Tomas Valmor. Era alto quasi due metri, largo di spalle, con braccia da boscaiolo e mani enormi, callose, screpolate, sempre segnate da tagli piccoli e ostinati. Quando rideva, la casa sembrava più grande. Quando taceva, sembrava più piccola.

Non era un uomo colto, secondo la definizione di chi usa la cultura per misurare gli altri.

Sapeva leggere e scrivere. Faceva i conti meglio di molti mercanti che lo credevano facile da imbrogliare, e non disprezzava lo studio. Anzi, ne aveva rispetto. Forse proprio perché ne conosceva il prezzo.

Non parlava con parole eleganti, non sapeva citare antichi trattati né distinguere il nome completo di tutti i rami della magia. Però sapeva leggere il cielo meglio di un astronomo di corte. Sapeva quando la pioggia sarebbe arrivata dal dolore alle ginocchia. Sapeva quali semi avrebbero resistito a una primavera cattiva e quali no. Sapeva guardare un uomo negli occhi e capire se mentiva prima che aprisse bocca.

Della magia non era esperto.

Ma aveva vissuto tanto vicino al dolore di Mara da sapere che non era una cosa semplice, né innocente, né giusta solo perché qualcuno l’aveva scritta in un libro.

Allora io non lo capivo.

Credevo che mio padre fosse solo un contadino grande, forte e buono, con una voce capace di spaventare i mercanti disonesti e mani abbastanza larghe da sollevarmi come fossi una fascina di paglia.

Credevo che mia madre fosse solo mia madre.

La prima menzogna dell’infanzia è pensare che i genitori siano nati nel momento in cui abbiamo iniziato a guardarli.

Non è così.

Mia madre aveva avuto sogni prima di me.

Mio padre aveva avuto paure prima di me.

Entrambi avevano già incontrato la magia prima di me.

La nostra casa si trovava ai margini di Valdara, un piccolo villaggio agricolo così lontano dalla capitale da farla sembrare, ai miei occhi di bambina, più un racconto che un luogo vero.

Valdara non era un posto infelice.

Povero, sì.

Faticoso, spesso.

D’inverno il fango arrivava alle caviglie, il vento entrava dalle fessure delle porte e le mani degli adulti si spaccavano per il freddo e il lavoro. Ma in primavera i campi si riempivano di verde, il forno comune profumava di pane, le donne si fermavano a parlare vicino al pozzo, gli uomini litigavano sul tempo, sui semi e sulle tasse, e i bambini correvano tra pollai, stalle e mucchi di legna come se il mondo intero finisse lì.

Per me, allora, il mondo finiva davvero lì.

Conoscevo il nome di Asteria, certo.

Tutti conoscevano il nome della capitale dell’impero.

Lo sentivo pronunciare dagli adulti quando parlavano di tasse, di leggi, di raccolti promessi a qualcun altro o di decisioni prese da persone così lontane da sembrare invisibili.

Asteria, nella mia testa, non aveva ancora torri precise né strade vere. Aveva funzionari con mantelli puliti, uomini e donne ben vestiti che scendevano da carrozze lucide senza guardare il fango, e maghi con i grimori portati in bella vista, come se un libro appeso al fianco bastasse a dimostrare il valore di chi lo portava.

A volte basta davvero.

Non il valore, naturalmente.

Solo il potere.

Dell’eroina, invece, sapevo qualcosa di più.

Non perché conoscessi davvero la storia. A sei anni, la storia è quasi sempre una canzone imparata male, una frase ripetuta dagli adulti, un’immagine colorata su uno stendardo.

La conoscevo per la festa.

Ogni anno, a Valdara, si celebrava il Giorno dell’Eroina. Non era una festa ricca. Le feste dei villaggi poveri raramente lo sono. Ma c’erano nastri appesi tra le case, lanterne accese davanti alla piazza, un piccolo palco di assi montato vicino al pozzo e qualcuno che suonava abbastanza bene da far dimenticare, per qualche ora, il peso delle giornate.

Le donne preparavano dolci semplici, duri ai bordi e troppo preziosi per essere mangiati in fretta. I bambini correvano con le dita appiccicose di miele, gli uomini bevevano più del necessario, le vecchie correggevano la storia ogni volta che qualcuno la raccontava male, e alla fine si ballava.

Io ricordavo soprattutto quello.

I dolci.

Le luci.

Il modo in cui mia madre, almeno per una sera, sembrava più giovane quando mio padre riusciva a trascinarla a ballare.

Dell’eroina sapevo che era stata buona.

Che aveva salvato l’impero.

Che molto tempo prima, in una grande foresta vicino alla capitale, aveva sconfitto il Signore Oscuro.

Questo bastava a una bambina.

Allora non sapevo ancora che il mondo ama dividere le storie in due parti: da una parte l’eroina, dall’altra il mostro; da una parte la luce, dall’altra l’ombra; da una parte chi viene ricordato con fiori e canti, dall’altra chi viene nominato per spaventare i bambini.

Non sapevo che, un giorno, mi avrebbero messa proprio lì. Dalla parte sbagliata della canzone.

Io e la mia famiglia vivevamo poco oltre l’ultima fila di case, dove la strada perdeva interesse per gli uomini e cominciava a interessare gli insetti. Dietro la casa c’erano l’orto, una tettoia per gli attrezzi, un piccolo fienile e la stalla dei draghi di terra.

I draghi di terra non sono come li immaginano i bambini ricchi.

Non sputano fuoco. Non volano. Non custodiscono principesse o inestimabili tesori, anche perché nessuna principessa con un minimo di buon senso accetterebbe di farsi custodire da una creatura che passa metà della giornata a masticare radici e l’altra metà a dormire nel fango.

I nostri erano due vecchi maschi, Bruma e Zolla.

Erano larghi, bassi, coperti di scaglie brune e placide, con occhi lenti e pazienti. Avevano zampe robuste, artigli corti, corna consumate dagli anni e code pesanti che abbattevano secchi, bambini distratti e l’orgoglio di mio padre quando si mettevano in testa di non muoversi.

Aravano meglio di qualsiasi altro animale.

Mangiavano di più di qualsiasi altro animale.

E puzzavano con una determinazione che nessun altro animale avrebbe mai saputo imitare.

Io li adoravo.

Bruma era il più docile. Se gli parlavi piano, girava la testa come se ti stesse ascoltando davvero. Zolla, invece, fingeva di essere stupido per ottenere mele e radici dolci. Mio padre diceva che, tra i due, Zolla era quello intelligente.

«Gli stupidi veri lavorano di più» diceva. «Quelli furbi trovano il modo di farti credere che non capiscono.»

Non so se parlasse solo dei draghi.

Il campo dove tutto accadde non era quello che mio padre chiamava il campo buono.

Il campo buono stava a sud della casa, vicino al pozzo. Era quello che mio padre lavorava con più attenzione, perché da lì venivano le verdure migliori e una parte del grano che portavamo al mercato. Il campo cattivo, invece, stava oltre il muretto di pietra, verso la strada vecchia.

Lo chiamavano così anche i vicini.

Il campo cattivo.

Non produceva quasi nulla. Terra dura, giallastra, screpolata. Pietre ovunque. Erbacce magre. Ogni tentativo di renderlo utile era finito in bestemmie, sudore e semi sprecati. Mio padre diceva che un giorno lo avrebbe sistemato. Mia madre rispondeva che quel giorno, evidentemente, aveva perso la strada.

A me piaceva proprio perché nessuno gli voleva bene.

I bambini hanno questa tendenza sciocca e meravigliosa: si affezionano alle cose rotte perché credono che l’affetto possa bastare a ripararle.

Qualche giorno prima, avevo sentito mia madre parlare di quel campo.

Non parlava con me.

Gli adulti credono spesso che i bambini non ascoltino quando non sono chiamati in causa. È uno dei loro errori più comodi.

Mara era dietro casa, con un cesto di panni appoggiato al fianco. Mio padre stava sistemando una ruota del carro, inginocchiato nel fango, con le mani sporche di grasso e il solito cipiglio da uomo convinto che gli oggetti si rompano per offenderlo personalmente.

Mia madre guardava il campo cattivo con aria triste.

«Sarebbe bello» disse piano.

Mio padre sollevò appena la testa.

«Cosa?»

«Vederlo fiorire almeno una volta.»

Lui seguì il suo sguardo verso quella distesa brulla, giallastra, piena di pietre e di erbacce magre.

«Quel campo?» chiese.

«Sì, proprio lui.»

«Mara, quel campo non darebbe fiori nemmeno se pregassi la dea della fertilità in ginocchio.»

Lei sorrise.

Non un sorriso allegro.

Uno di quelli che usava quando desiderava una cosa sapendo già che non l’avrebbe avuta.

«Lo so.»

Mio padre tornò alla ruota.

«Posso provare a sistemarlo dopo il raccolto.»

«Dici così ogni anno.»

«E ogni anno il campo continua a fare il morto.»

Mia madre rimase ancora un momento a guardarlo.

«Peccato» disse soltanto.

Poi rientrò in casa.

Io ero seduta vicino alla porta, con un pezzo di pane duro tra le mani e le ginocchia sporche. Non dissi nulla.

Ma quella parola mi rimase dentro.

Peccato.

A sei anni, non capivo il peso dei desideri impossibili. Credevo che fossero soltanto desideri in attesa di qualcuno sufficientemente bravo da esaudirli.

Quella mattina mia madre era tornata dal mercato prima del solito.

Io ero seduta sul gradino dietro casa e stavo tentando di costruire una corona con fili d’erba e rametti secchi. Non avevo molti fiori, perché nel nostro cortile i fiori crescevano poco. O meglio, crescevano quando si dimenticavano che nessuno li aveva invitati, poi mio padre li strappava perché diceva che rubavano nutrimento alle piante utili.

Avevo deciso che quella era una grande ingiustizia.

Una casa senza fiori mi sembrava una persona senza sorriso.

Mia madre arrivò con il cesto quasi vuoto e le spalle più basse del solito.

Questo lo ricordo bene.

Quasi ogni altro dettaglio di quel giorno si è sbiadito. Ricordo solo le spalle di mia madre.

La curva.

Il peso.

Il modo in cui posò il cesto sul tavolo senza fare rumore, come se anche il rumore fosse qualcosa che non potevamo permetterci.

Io la seguii dentro.

«Il pane?» chiesi.

«L’ho preso.»

«E il miele?»

Lei mi guardò.

Avevo sei anni. Il miele, per me, era una questione seria.

«Non oggi.»

«Perché?»

«Perché oggi le api erano avare.»

Mi parve una spiegazione plausibile.

Solo molto più tardi capii che non erano state le api a essere avare, ma i compratori. Una parte delle verdure era rimasta invenduta. Il mugnaio aveva aumentato il prezzo della farina. Una donna del villaggio aveva pagato meno del dovuto perché “tanto domani sarebbero marcite”. E Mara, come sempre, aveva scelto di comprare ciò che serviva davvero.

Il miele non era in cima alle priorità.

Io, però, lo desideravo.

E desiderare è una cosa feroce, quando si è bambini.

Non perché i bambini siano egoisti più degli adulti. Gli adulti mentono meglio.

Mia madre mi passò una mano tra i capelli biondi.

«Magari la prossima volta.»

Quella frase mi ferì più del no.

La prossima volta era un luogo lontanissimo, dove gli adulti mandavano le cose che non volevano o non potevano dare.

Io guardai le sue mani.

C’erano graffi nuovi sulle nocche. Un taglio sottile al pollice. Terra sotto le unghie. Eppure, quando mi accarezzò, fu delicata.

«Sei triste?» le chiesi.

Lei smise di sistemare il cesto.

Per un istante il sorriso le si spense dal volto.

Poi tornò.

«Sono solo stanca, piccola.»

Gli adulti credono che i bambini non sappiano distinguere una bugia detta con dolcezza da una verità.

La sanno distinguere benissimo.

Solo che, spesso, scelgono di perdonarla.

Uscii di casa poco dopo, con il cuore pesante di un dolore che non sapevo nominare.

Volevo fare qualcosa per lei.

Qualcosa di grande.

Qualcosa che le facesse dimenticare il mercato, il miele, le monete contate, la farina troppo cara e quel modo in cui aveva posato il cesto sul tavolo.

E ricordai il campo.

Il suo sguardo.

La sua voce.

Sarebbe bello vederlo fiorire almeno una volta.

A sei anni, presi quella frase alla lettera.

Non come una malinconia.

Non come un sospiro.

Non come una rinuncia.

Come una richiesta.

Mia madre voleva vedere quel campo fiorire.

E io volevo darle ciò che desiderava.

A sei anni, non conoscevo molte forme di salvezza.

Conoscevo gli abbracci.

Conoscevo le promesse.

Conoscevo le corone d’erba.

E conoscevo i fiori.

Andai al campo cattivo.

Il sole era alto ma non crudele. L’aria sapeva di terra asciutta, stalla e polvere. Bruma sonnecchiava all’ombra della tettoia. Zolla mi seguì con un occhio aperto e uno chiuso, valutando forse se avessi radici dolci nascoste sotto il vestito.

Non ne avevo.

Mi inginocchiai al centro del campo.

La terra era dura sotto le ginocchia. Secca. Screpolata. Piena di sassolini che mi punsero la pelle. Passai le dita tra le crepe e provai tristezza anche per lei.

Mi sembrò sola.

Sembra stupido, scritto così.

Forse lo è.

Ma la verità, quando torna dalla memoria, non sempre ha la dignità della letteratura.

Io sentii che quel campo era solo.

E sentii che mia madre era triste.

E nella mia testa di bambina le due cose si unirono con una semplicità perfetta.

Se il campo fosse diventato bello, mia madre avrebbe sorriso e sarebbe stata felice.

Posai entrambe le mani sulla terra.

Non sapevo cosa stessi facendo.

Non conoscevo formule, gesti, cerchi, invocazioni. Non avevo mai visto un incantesimo vero da vicino. Avevo visto piccoli prodigi della maga del villaggio durante le feste: una fiamma accesa senza esca, un secchio sollevato senza mani, una luce bianca sospesa sopra il pozzo nelle sere d’inverno.

Cose utili.

Cose piccole.

Cose permesse.

Nessuno mi aveva insegnato che la magia passa anche dal desiderio e dall’immaginazione.

O forse qualcuno lo aveva fatto, molto tempo prima, e poi aveva deciso che era una verità troppo pericolosa per lasciarla in giro.

Chiusi gli occhi.

Pensai a mia madre.

Non alla sua faccia intera. A un dettaglio.

Il modo in cui il sorriso le era morto per un istante quando le avevo chiesto se fosse triste.

Volevo riportarglielo indietro.

Non pregai.

Non chiesi.

Non ordinai.

Desiderai.

Immaginai quella terra brulla e incolta piena di fiori di ogni tipo.

Non perché sapessi come fare.

Non perché volessi dimostrare qualcosa.

Perché mia madre lo aveva desiderato.

E io, bambina sciocca e innamorata di lei come solo i figli sanno esserlo, pensai che il mondo avrebbe dovuto obbedire almeno a quel piccolo desiderio.

La terra sotto le mie mani accolse il mio desiderio e la mia immaginazione e mutò.

All’inizio fu solo calore.

Un calore lieve, come quando si tiene una tazza di latte appena versato. Pensai che il sole avesse scaldato il terreno. Poi il calore si mosse.

Non sopra la pelle.

Sotto.

Sotto i palmi.

Sotto le dita.

Sotto le crepe.

Qualcosa rispose.

O forse fui io a rispondere a qualcosa che era sempre stato lì in attesa di una piccola creatura tanto sfacciata da svegliarla dal suo torpore.

Aprii gli occhi.

Una linea verde spuntò tra le mie mani.

Sottile.

Fragile.

Impossibile.

Mi tirai indietro di colpo, più sorpresa che spaventata.

La linea tremò.

Poi si divise in due.

Poi in quattro.

Poi in troppe per contarle.

La terra si aprì con un sospiro.

Non un rumore vero. Non come legno che si spezza o pietra che cede. Fu più simile a un respiro trattenuto troppo a lungo e finalmente liberato.

Dalle crepe uscirono germogli.

Decine.

Centinaia.

Erano verdi, lucidi, vivi. Si allungarono verso il sole con una fretta allegra, sfacciata. Io rimasi seduta nel mezzo del campo, con le mani sporche e la bocca aperta, mentre il mondo attorno a me decideva di cambiare.

Poi vennero i fiori.

Prima i piccoli bianchi che crescevano lungo i fossi in primavera.

Poi quelli gialli, comuni nei prati dietro la chiesa.

Poi campanule viola, papaveri rossi, stelline azzurre, margherite, fiori di campo che avevo visto mille volte e altri che non sapevo di conoscere. Alcuni erano così minuti da sembrare neve colorata. Altri si aprirono larghi come il palmo di mio padre.

E poi, tra tutti, ne apparve uno solo.

Un lilium.

Nero.

Non era davvero nero come la notte: aveva riflessi profondi, quasi viola, nascosti dentro petali così scuri da sembrare fatti con l’ombra raccolta sotto la terra. Ma a sei anni non esistono le sfumature dei botanici. Esistono soltanto le meraviglie.

E quello era nero.

Cresceva poco distante da me, più alto degli altri, sottile, diritto, impossibile da ignorare. Tutti gli altri fiori riempivano il campo con la loro allegria disordinata; lui no. Lui non riempiva nulla.

Stava lì.

Solitario.

Elegante.

E proprio per questo sembrava più bello di tutti.

Io lo fissai come si fissa qualcosa che non si è chiamato per nome e che, tuttavia, risponde.

Non avrei saputo dirlo allora, ma in mezzo a quel campo nato per far sorridere mia madre, quel singolo lilium nero sembrò guardare me.

Quello che veniva chiamato da tutti campo cattivo fiorì.

Non lentamente.

Non secondo le regole pazienti delle stagioni.

Fiorì tutto insieme.

Come se la terra avesse aspettato per anni qualcuno così sciocco da destarlo con una richiesta tanto audace quanto bella.

Io risi. Come ridono i bambini, con un suono limpido e chiaro.

Questa è la parte che più mi ferisce ricordare.

Non perché avessi capito di avere potere.

Non perché mi sentissi speciale.

Non perché immaginassi torri, grimori, invidie, corvi, sangue o fuoco.

Risi perché il campo era bello.

E perché ero certa che mia madre, vedendolo, sarebbe stata felice.

Corsi verso casa gridando il suo nome.

«Mamma! Mamma! Vieni!»

Mara uscì con le mani ancora bagnate. Doveva averle immerse nel catino. Si asciugò in fretta sul grembiule e mi guardò correre verso di lei.

«Ingrid? Che succede?»

«Vieni! Devi vedere!»

Lei mi seguì.

Non subito allarmata. Non ancora.

Forse pensò che avessi trovato un nido. O un sasso dalla forma strana. O Zolla finalmente deciso a obbedire a un ordine.

Quando arrivammo al muretto, mia madre si fermò.

Io no.

Saltai giù nel campo e mi voltai verso di lei con entrambe le braccia aperte, mostrandole orgogliosa il mio prodigio.

«Guarda!»

Mara non parlò.

Il vento mosse i fiori.

Tutti insieme.

Un’onda rossa, bianca, viola, gialla, azzurra.

E, in mezzo a tutto quel colore, il lilium nero.

Dritto.

Silenzioso.

Come una nota bassa dentro una canzone troppo felice.

Mia madre portò una mano alla bocca.

Io credetti che stesse per piangere di gioia.

«Ti piace?» chiesi.

Lei non rispose.

«L’ho fatto per te» dissi con la tipica ingenuità dei bambini.

Fu allora che vidi il suo volto cambiare.

Non molto.

Mia madre era sempre stata brava a chiudere le porte prima che qualcuno potesse guardarci dentro. Ma io ero sua figlia. E i figli, quando sono piccoli, vedono cose che da adulti fingono di dimenticare.

Vidi la gioia.

Sì, ci fu.

Per un battito soltanto, mia madre vide quel campo e lo trovò bello. Lo so. Ancora oggi lo so. Per quanto breve, per quanto subito divorata da tutto il resto, la gioia ci fu.

Poi arrivò la paura.

Non una paura semplice.

Non il terrore ignorante di chi vede la magia e la scambia per maledizione. Mia madre non aveva paura della magia. Non l’aveva mai avuta. L’aveva desiderata troppo, per temerla in quel modo.

La sua paura era più antica.

Più profonda.

Più crudele.

Mara non guardò i fiori come una contadina superstiziosa davanti a un prodigio.

Li guardò come una donna che riconosce una porta.

E sa dove conduce.

«Ingrid» disse piano.

Il mio nome, pronunciato in quel modo, non sembrò più mio.

Sembrò qualcosa da nascondere.

Io abbassai le braccia.

«Non ti piace?»

Quella domanda la colpì.

Me ne accorsi perché fece un passo avanti, rapido, quasi doloroso, e mi raggiunse tra i fiori. Si inginocchiò davanti a me e mi prese il viso tra le mani.

Le sue dita tremavano.

Mia madre non tremava quasi mai.

«È bellissimo» disse.

Io sorrisi subito.

I bambini perdonano in fretta quando ricevono la parola che aspettavano.

«Davvero?»

«Sì.»

«Allora perché sei triste?»

Mia madre chiuse gli occhi.

Quando li riaprì, la madre era tornata al suo posto. La donna ferita si era nascosta dietro di lei.

«Non sono triste.»

Bugia.

Dolce.

Inutile.

«L’ho fatto io» dissi. «Solo per te. Perché fossi felice.»

Lei deglutì.

«Lo so, piccola.»

Mia madre guardò il campo.

I fiori le sfioravano il grembiule. Alcuni si piegavano verso di lei come se la riconoscessero.

Questo, allora, mi fece piacere.

Adesso mi spezza.

Fine dell’estratto

Qui termina l’anteprima. Il resto di questo capitolo sarà disponibile nel romanzo completo.

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